Mancano giusto due giorni a Natale.
Quest’anno le due festività capitano durante il fine settimana. «Sfiga lavorativa» la chiamano alcuni.
Il freddo arrivato all’improvviso ha ricordato a tutti noi che Babbo Natale sta arrivando. «Lui sopra i 10 gradi proprio non si parte», così mi hanno detto.
Io credo in Babbo Natale. Credo ai regali, all’alberello, al camino.
Ogni anno scrivo una lettera che poi non spedisco mai, spero che sia lui ad indovinare o quantomeno a decidere quale dono sia giusto regalarmi.
Bello il Natale. Oddio non lo so. Cioè forse si o forse no.
Da un lato mi piace. Il sentimentale che c’è in me si diverte a fare i regali, un po’ meno il mio portafogli. Mi piace l’idea del ritrovarsi per pranzi e cenoni. Credo che il natale abbia il dono di coprire con un velo anche l’ipocrisia che abitualmente regna in questi ritrovi occasionali. Merito sicuramente anche del cibo, del vino e della tombola.
Dall’altro lato però Natale mi inculca tristezza. Ma non vi sto a dire il perché, altrimenti che Natale sarebbe.
Buon Natale


Quando finisco di leggere un libro ho una strana sensazione dentro, una sensazione che va tra il sentirmi abbandonato e il sentirmi appagato. È un po’ come se il libro mi lasciasse dopo avermi sedotto, deluso, fatto sorridere e avermi portato con sé senza che io chiedessi dove mi stesse portando. Innamorato, deluso, felice, arrabbiato. Stati d’animo che si frappongono tra loro mentre io rimango fermo ad osservare quella riga con la speranza che non sia l’ultima, chiedendomi che però in realtà è giusto così. Quando finisco di leggere un libro mi sento arrivato. Mi sento in un luogo dove non riesco a ricordare la strada per tornare indietro. Non so nemmeno se avrei voglia di tornarci indietro. Rimango lì per minuti, ad osservare quell’ultima pagina ripetendomi che è l’ultima, che quel viaggio è finito, che quei personaggi molto probabilmente non avranno più un seguito. Che bello però, penso. Il tutto con un velo di tristezza e malinconia che si portano via quei momenti che ho trascorso mentre lo leggevo, tutte quelle volte che mentre ero in giro per strada o a lavoro e non vedevo l’ora di tornare a rileggere quel libro, quella storia, curioso di sapere cosa sarebbe successo dopo. Quando leggo mi rendo conto che amo leggere, amo la scrittura, invidio quelle righe che avrei voluto scrivere io, inizio a immaginare il momento o quella situazione che portava l’autore a scriverle. Chissà dov’era, chissà se quelle righe le ha scritte di getto o sono frutto di giorni di scrivi, cancella e riscrivi. Chissà. Mi piace pensare queste cose. Ogni volta che leggo mi viene una voglia matta di scrivere, di lasciare andare i miei pensieri, di raccontare a qualcuno quello che sto provando. Più leggo e più mi rendo conto che amo farlo, ripetendomi che non leggo abbastanza e che forse – anzi senza forse – dovrei leggere molto di più.
Parto dal presupposto che non sono mai stato un fan delle serie tv, i vari C.S.I. o Doctor House, Lost e compagnia bella. Anzi, a dire il vero quest’ultimo una volta mi impegnai a seguirlo… ma dopo due puntate mi son perso, o meglio dire, mi sono annoiato.
Ultimamente però ho trovato una serie tv che mi ha “rapito” – termine che calza a pennello – sto parlando di White Collar – Fascino Criminale.
Wikipedia dice: Creata da Jeff Eastin, la serie vede come protagonisti Matthew Bomer e Tim DeKay, e narra le vicende di Neal Caffrey, un giovane genio della truffa che si ritrova costretto, suo malgrado, a lavorare come consulente per l’agente dell’FBI Peter Burke.
Ecco, magari detta così non suona benissimo, criminale, truffa, fbi, solita minestra americana e noia mortale. E invece no, perché White Collar riesce a mixare ingredienti come l’arte, l’intelligenza e i sentimenti, con ironia anche, e quel po’ di poliziesco che ci sta, direi.
Per risolvere i crimini peggiori, serve il criminale migliore.
Sempre Wikipedia: New York, Neal Caffrey è un giovane ed affascinante mago della truffa che dopo tre anni di indagini ed inseguimenti è stato faticosamente catturato e consegnato alla giustizia dall’agente federale Peter Burke. Burke è un esperto agente dell’FBI che fa parte della sezione White Collar Crime Unit, una divisione dell’agenzia che si occupa di crimini non violenti, quali truffe, frodi, falsificazioni e furti d’arte, perpetrati per la massima parte da persone di stato sociale medio alto e spesso nell’ambito della loro professione. Caffrey viene condannato a scontare quattro anni di pena in una prigione di massima sicurezza, ma a soli tre mesi dalla scarcerazione riesce brillantemente (ed inspiegabilmente) ad evadere. Per riacciuffarlo viene richiamato Burke, che in poche ore riesce a rintracciarlo; il giovane, prima di ritornare in prigione, dà informazioni importanti a Peter riguardo ad un criminale a cui l’agente sta dando la caccia e chiede un incontro in prigione proprio con Peter, che accetta: Caffrey si offre come consulente per aiutare Burke a catturare il criminale e come ricompensa chiede la libertà. Sulle prime Peter rifiuta, poi però capisce che l’esperienza di Caffrey nel settore potrebbe rivelarsi molto preziosa per la sua indagine e così Neal ottiene il rilascio, sotto la custodia di Burke, per aiutarlo a risolvere il caso. La loro partnership funziona così bene che il criminale viene in breve tempo arrestato; visti i risultati Neal viene confermato come consulente dell’FBI nelle indagini di Peter.
La semilibertà ottenuta è indispensabile a Caffrey per scoprire dove sia finita Kate, la donna di cui è innamorato (il motivo della sua evasione), che dopo un ultimo colloquio in carcere è misteriosamente scomparsa.

Ecco, non so se vi ho incuorisito, ma vi confesso che sono completamento “intrippato” con questa serie tv, Neal Caffrey è diventato un mio idolo. Non che adesso mi darò al crimine per carità – sono sempre figlio di carabinere – ma Caffrey è più che un “semplice criminale”, Neal Caffrey è un esempio di classe ed eleganza, uno di quelli che indossa cravatta stretta e la scarpa italiana – alcuni fashion-blog lo prendono come esempio di stile - e poi ha una passione che lo accomuna col sottoscritto, ovvero i cappelli. Alcune amiche sostengono che ci sono altri fattori come – egocentrismo e vanità – che mi accomunano con Caffrey, ma cosa non vera: io non sono affatto egocentrico e vanitoso! : )

E poi c’è Mozzie, che io definisco geniale, interpretato dall’attore Willie Garson. Miglior amico di Neal completamente privo di charme e carisma che arricchisce la serie con la sua conoscenza e i suoi segreti.
Ah, dimenticavo, Alexandra Hunter e Sara Ellis – interpretate da Gloria Votsis e Hilarie Burton – due bellissime donne, affascinanti e… non aggiungo altro.
Insomma, ora sapete chi mi tiene compagnia durante queste sere d’estate dove la noia la fa da podrona.

[comunicazione di servizio]
Io, ieri, sono entrato a far parte di una redazione giornalistica, il DailyBlog – quotidiano online – per la quale curo già una rubrica musicale. Da ieri infatti oltre che di musica mi occupo anche di Cronaca, Politica, Daily Life, Web & Tech, e Sport.
Ringrazio Alessandro Olivieri per avermi dato questa opportunità.
Sono l’unico in Italia che adora Sara Bareilles?

Qui da noi alcuni la ricorderanno per Love Song canzone che l’ha resa famosa. Il suo ultimo disco Kaleidoscope Heart nel nostro paese non riesce a decollare, nonostante sia un bel disco. E pure è abbastanza passata dalle radio, tipo in questo periodo, dove alternano King of Anything e Uncharted suoi ultimi singoli.
Certo, è dura fronteggiare Katy Perry o Lady Gaga, artiste con un’immagine superiore, ma Sara è brava, carina e affascinante, e fa della semplicità la sua arma vincente. Niente scollature o tacchi vertiginosi, niente parrucche e finti tatuaggi, Sara Bareilles punta alla semplicità e all’ironia. Come direbbe mia nonna, “è di una bellezza diversa, più rara e più difficile da apprezzare”. E si sa, gli Italiani preferiscono altro…
Ciao. Amo la musica Pop. Meglio se contaminata dalla dance. Ah, amo la street dance. Da ragazzino mi riunivo con gli amici e ballavo per strada. E si, sono un tamarro inside. : )
p.s. questo pezzo mi gasa un casino.
dicono