Ho scritto un post per il DailyBlog su “Agrodolce”, una fiction Rai arrivata in Sicilia e presa di mira dalla mafia.
Ho scritto un articolo su Fiorello, Twitter, e il suo bellissimo show. Leggi su DailyBlog.

Scrivo questo articolo dopo la terza esilarante puntata dello show di Saro Fiorello su Raiuno. Il più grande spettacolo dopo il weekend. Anzi, la maniera corretta sarebbe scriverlo alla Twitter: #ilpiùgrandespettacolodopoilweekend.
Sono siciliano. E fin da bambino sono un suo fan. Credo che dentro di me viva un Fiorello nascosto da qualche parte. Dopo queste parole qualcuno potrebbe pensare ad un post “di parte” ma cercherò di essere più equilibrato possibile, anche se cercare di fare l’equilibrato con Fiorello è come tentare di parlare seriamente di Berlusconi.
La terza e penultima puntata di ieri sera è stata secondo me la più bella sinora. Lo showman siculo è riuscito a farmi piangere dal ridere con i suoi monologhi sulla crisi, lanciando messaggi al Premier francese Sarkozy, da lui chiamato – capoccione -, non risparmiando il Cancelliere tedesco Angela Merkel, rinominata – culetto piccolo – o il Premier russo Putin, chiamato a venirsi a riprendere un letto che gli appartiene ad Arcore. Monologhi sulla difficoltà di essere genitori, di stare dietro ai figli, con chi nella prima puntata storceva il naso definendoli soliti cliché che Fiorello tira fuori in tutti i suoi spettacoli, ma che poi con l’andare delle puntate ha cominciato a sorridere e lasciarsi andare proprio come chiedeva il comico. Già perché Fiorello usufruirà pure di vecchi monologhi da repertorio, battute riciclate, cliché popolari, ma rimane sempre il migliore. Perché come diceva qualcuno “il contenuto è soltanto un mezzo, poi sta a te saperlo usare per arrivare all’obiettivo”. Fiorello è il classico tipo che racconta le cose meglio degli altri, uno di quelli a cui lo zio dice: “raccontamela tu che mi piace di più”. Lui è il migliore. Riesce a mettere d’accordo tutti, con i suoi monologhi e le sue battute da bar. Ma definirlo comico è riduttivo. Fiorello non è soltanto questo, non è soltanto “la risata”, come direbbero gli americani: “Fiorello is a entertainer”. Non puoi però intrattenere per più di due ore il pubblico soltanto con monologhi e imitazioni, no, devi fare qualcos’altro. Ecco allora che Fiorello si ritrova pure cantante, uno di quelli che può vantarsi di aver cantato con tutti. E sottolineo tutti. Persino con Tony Bennett, la leggenda.
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Parto dal presupposto che non sono mai stato un fan delle serie tv, i vari C.S.I. o Doctor House, Lost e compagnia bella. Anzi, a dire il vero quest’ultimo una volta mi impegnai a seguirlo… ma dopo due puntate mi son perso, o meglio dire, mi sono annoiato.
Ultimamente però ho trovato una serie tv che mi ha “rapito” – termine che calza a pennello – sto parlando di White Collar – Fascino Criminale.
Wikipedia dice: Creata da Jeff Eastin, la serie vede come protagonisti Matthew Bomer e Tim DeKay, e narra le vicende di Neal Caffrey, un giovane genio della truffa che si ritrova costretto, suo malgrado, a lavorare come consulente per l’agente dell’FBI Peter Burke.
Ecco, magari detta così non suona benissimo, criminale, truffa, fbi, solita minestra americana e noia mortale. E invece no, perché White Collar riesce a mixare ingredienti come l’arte, l’intelligenza e i sentimenti, con ironia anche, e quel po’ di poliziesco che ci sta, direi.
Per risolvere i crimini peggiori, serve il criminale migliore.
Sempre Wikipedia: New York, Neal Caffrey è un giovane ed affascinante mago della truffa che dopo tre anni di indagini ed inseguimenti è stato faticosamente catturato e consegnato alla giustizia dall’agente federale Peter Burke. Burke è un esperto agente dell’FBI che fa parte della sezione White Collar Crime Unit, una divisione dell’agenzia che si occupa di crimini non violenti, quali truffe, frodi, falsificazioni e furti d’arte, perpetrati per la massima parte da persone di stato sociale medio alto e spesso nell’ambito della loro professione. Caffrey viene condannato a scontare quattro anni di pena in una prigione di massima sicurezza, ma a soli tre mesi dalla scarcerazione riesce brillantemente (ed inspiegabilmente) ad evadere. Per riacciuffarlo viene richiamato Burke, che in poche ore riesce a rintracciarlo; il giovane, prima di ritornare in prigione, dà informazioni importanti a Peter riguardo ad un criminale a cui l’agente sta dando la caccia e chiede un incontro in prigione proprio con Peter, che accetta: Caffrey si offre come consulente per aiutare Burke a catturare il criminale e come ricompensa chiede la libertà. Sulle prime Peter rifiuta, poi però capisce che l’esperienza di Caffrey nel settore potrebbe rivelarsi molto preziosa per la sua indagine e così Neal ottiene il rilascio, sotto la custodia di Burke, per aiutarlo a risolvere il caso. La loro partnership funziona così bene che il criminale viene in breve tempo arrestato; visti i risultati Neal viene confermato come consulente dell’FBI nelle indagini di Peter.
La semilibertà ottenuta è indispensabile a Caffrey per scoprire dove sia finita Kate, la donna di cui è innamorato (il motivo della sua evasione), che dopo un ultimo colloquio in carcere è misteriosamente scomparsa.

Ecco, non so se vi ho incuorisito, ma vi confesso che sono completamento “intrippato” con questa serie tv, Neal Caffrey è diventato un mio idolo. Non che adesso mi darò al crimine per carità – sono sempre figlio di carabinere – ma Caffrey è più che un “semplice criminale”, Neal Caffrey è un esempio di classe ed eleganza, uno di quelli che indossa cravatta stretta e la scarpa italiana – alcuni fashion-blog lo prendono come esempio di stile - e poi ha una passione che lo accomuna col sottoscritto, ovvero i cappelli. Alcune amiche sostengono che ci sono altri fattori come – egocentrismo e vanità – che mi accomunano con Caffrey, ma cosa non vera: io non sono affatto egocentrico e vanitoso! : )

E poi c’è Mozzie, che io definisco geniale, interpretato dall’attore Willie Garson. Miglior amico di Neal completamente privo di charme e carisma che arricchisce la serie con la sua conoscenza e i suoi segreti.
Ah, dimenticavo, Alexandra Hunter e Sara Ellis – interpretate da Gloria Votsis e Hilarie Burton – due bellissime donne, affascinanti e… non aggiungo altro.
Insomma, ora sapete chi mi tiene compagnia durante queste sere d’estate dove la noia la fa da podrona.
Il vero vincitore del sessantunesimo Festival di Sanremo è Twitter. Già, il socialcoso che fino a qualche settimana fa in Italia definivano inutile.
Mi piacerebbe vedere i numeri degli utenti che twittavano durante la diretta del Festival. L’hashtag #Sanremo è stato strepitoso, era come leggere la Gialappa’s, l’ironia e il sarcasmo che hanno gli utenti Twitter è qualcosa di unico, ogni qualvolta che scrollavo i tweet ridevo da solo come uno scemo, il più massacrato è stato Albano, ma anche i vari Patty Pravo, Morandi, senza dimenticare ovviamente la Canalis.
Durante la finale di ieri sera gli hashtag come #sanremo #vecchioni #canalis erano diventati mondiali, con una media approssimativa di 50 tweet ogni 20 secondi, Sanremo è stato senza dubbio l’evento televisivo più seguito su Twitter fino ad oggi.
Ovviamente non è mancata la “polemica”, ovvero Max Pezzali venerdì sera non appena saputo dell’eliminazione da dietro le quinte, ha usato il suo account su Twitter per annunciare che sia lui che Tricarico erano stati eliminati. Un vero e proprio spoiler se consideriamo che l’annuncio da Morandi è stato dato circa mezz’ora dopo. Nessun spoiler invece ieri sera… nonostante fosse scontata la vittoria di Roberto Vecchioni con Chiamami Sempre Amore, fino alla fine sono stati bravi a tenere segreto il vincitore.
Ha vinto Vecchioni quindi, come in molti pensavano e speravano, non io, che fin dall’inzio mi ero schierato con Nathalie Giannitrapani con la sua Vivo Sospesa, pezzo bellissimo, esibizioni un po’ meno, avrà pagato l’emozione? può essere.
Infine che dire della conduzione, come dite? quale conduzione? come quale conduzione… quella di Morandi, accompagnato dalle due veline\vallette Elisabetta Canalis e Belen Rodriguez, e dalle due iene Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu (menomale che c’eran loro). E già, perché diciamocelo pure, se non c’era il duo comico genovese sto Sanremo sarebbe stata una noia assoluta, per essere eleganti.
Una conduzione imbranata e decisamente fuori luogo quella di Morandi con quelle interviste a tratti imbarazzanti, quella Elisabetta Canalis che definire inutile è un eufemismo, ridicola durante l’intervista a Robert De Niro (antipatico e poco rispettoso nei confronti del Festival) mostrando un inglese degno del miglior Lapo Elkann. Ha fatto sicuramente il suo Belen Rodriguez, ha cantato e ballato, cercando di non andare oltre, mostrando eleganza ed umiltà, oltre che la sua bellezza. Infine loro, che alla vigilia erano stati definiti “inadatti” per un evento del genere, ecco, io (e non solo) dico menomale che c’eran loro. Un po’ ingessati durante la prima puntata, dove se ne sono usciti con quel ti sputtanerò che rimarrà una delle noti migliori di questo evento, insieme a quel “io penso ai cazzi miei” di Luca Bizzarri, sbroccato ieri a fine serata non appena Morandi lo ha invitato all’ennesimo “lecchinaggio” nei confronti dei dirigenti Rai ricordandogli di rimanere bipartisan.
Insieme agli sketch di Luca e Paolo di questo Festival verrà ricordato l’intervento di Roberto Benigni, che io definirei epico! Raccontando l’inno di Mameli con trasporto ed emozione, come solo lui potrebbe fare. Sublime.
Che altro dire, basta mi fermerei qui, ah dimenticavo, restiamo uniti!

Iera sera mi sono soffermato a guardare il nuovo programma di Deejay Tv, Living In America, condotto da Domenico Nesci. Si, quel Domenico Nesci divenuto famoso in America grazie a That’s Amore reality show in onda su Mtv dove andava in giro con le sue mutande tricolore, quello lì che gli Americani hanno soprannominato lo “stallone italiano degli anni 2000″ che poi abbia la panzetta e non superi i 170 cm di altezza son dettagli, eh.
Detto ciò, non mi va di parlare del passato Domenico Nesci, e non mi interessa neanche il suo curriculum italo-americano, quindi metto i miei preconcetti in un cassetto e commento Living In America come se a condurlo ci fosse il miglior inviato di Current Tv.
Come prima puntata l’ho trovata interessante, ben fatta, un po’ stile Italo-Americano di Fabio Volo ma senza le sue riflessioni poetiche sulla vita. Domenico Nesci vuole mostrare quell’America che tanto America non è più, gli effetti della recessione, il dopo Obama, andando ad incontrare personaggi che si sono inventati un business per continuare a campare, altri che hanno cambiato stile di vita, senza dimenticare l’America sognatrice, quei ragazzi che sognano di diventare qualcuno seguendo la loro passione.
Sto per diventare padre, voglio conoscere il paese dove crescerà mia figlia, che tipo di difficoltà le aspettano.
Dice di aver messo la testa a posto Domenico, sono finiti i tempi del “macho italiano” che approfittava dell’etichetta e della fama per rimorchiare e divertirsi il più possibile. Ci crediamo? mah… ho i miei dubbi, ma sinceremente non mi interessa. Non si può nascondere invece una sua bravura a mio modo di vedere, quella di aver capito\imparato come pensano gli Americani, la mentalità, facendo dalla sua l’esperienza degli anni trascorsi lì.
Ritornando al programma, Living In America mi ricorda un po’ Avere Vent’Anni di Massimo Coppola, uno dei migliori (se non il migliore) programma che Mtv Italia abbia mai trasmesso. Ora, non voglio paragonare Nesci a Coppola, sarebbe come paragonare Jimmy Ghione a Toni Capuozzo… poi lo so, l’America non è l’Italia, però qualche similitudine tra i due programmi si potrebbe trovare… vabè ok, come non detto.
Un viaggio americano in 8 città americane: Albany, New York, Myrtle Beach, Pittsburgh, Philadelphia, Lancaster, New Orleans, Austin e Rosweel. Living In America andrà in onda ogni Giovedì alle 21 su Deejay Tv.
Esiste una categoria nel mondo televisivo che è sempre esistita, ossia l’opinionista moviolistico. Da sempre i migliori salotti televisivi trattano la moviola come maggiore argomento di discussione con i loro esperti che spesso sono ex arbitri. A differenza di qualcuno, ovvero di Maurizio Pistocchi (giornalista), da anni esperto di moviola per Mediaset, lo ricordo dai tempi di Pressing al fianco del grande Raimondo Vianello, fino a oggi, dove fà il moviolista “brillante” per Mediaset Premium.
Io non vivo di pregiudizi, ma ho le mie simpatie, mi diverte Tombolini per esempio, anche Graziano Cesari con il suo modo di essere preciso ed elegante. Ma se c’è uno che mi fà gonfiare la vena del collo non appena apre bocca è proprio il giornalista di Mediaset, Maurizio Pistocchi. Proprio lui, con il suo modo spocchioso ed irrisorio con il quale commenta ogni intervento.
Il “brillante” Maurizio domenica scorsa interpellato sulla simulazione di Milos Krasic in Bologna-Juventus, lascia “scappare” un commento razzista nei confronti dello juventino.
mi dispiace per Krasic, che credevo fosse serio, invece è solo serbo!
Ora, partiamo dal presupposto che sia una battuta, e nessuno lo mette in dubbio, ma esistono battute eleganti, a modo, simpatiche, e anche altre razziste. Questa è decisamente una battuta che nasce simpatica, ma muore razzista.
Non mi addentro nel fatto moviolistico in sè, anzi, una cosa la vorrei dire, i giornalisti quando vogliono sanno incidere più dei magistrati.
Spero solo che il serVo Pistocchi, non venga mai beccato dal serBo Ivan Bogdanov per molti conosciuto come Ivan il terribile. Vaglielo a spiegare a che era solo una battuta…
dicono