
In un periodo come quello stiamo vivendo ci si aspetta di tutto. Ogni giorno c’è qualche notizia che dà modo alla Rete e ai quotidiani – che riprendono dalla Rete – di parlare e ricamare per ore dando voce al nulla alimentato dal nulla.
Oggi siamo tutti critici, esperti di non so cosa, abbiamo tutti il modo per dire la nostra gridandolo in quei recipienti quali sono i Social Network giusto per sentirci delle rockstar per qualche ora, solo perché un “giornalista” riprende una frase scritta con le mani unte sul cellulare pubblicandola in quello che qualche minuto prima era un quotidiano importante e serio.
Ieri ho appreso che la nuova tendenza è criticare uno che ha messo la faccia e la propria vita contro la mafia. Uno che per alcuni dice cose banali e demagogiche che ognuno di noi sa e potrebbe dire. Alimentati dal pensiero di un tizio che di mestiere dispensa opinioni – partorite in qualche realtà parallela -, sono quelli con la verità in tasca stanchi di quel pensiero triste ma vero raccontato con quel tono da farti rimpiangere Maria De Filippi.
La nuova moda radical chic è attaccare Roberto Saviano. Proprio lui.
Qualcuno lo ha paragonato a Fabio Volo e Federico Moccia. Altri ad uno che dicendo mezze verità si è arricchito. Che ci fa se vive con la scorta, se da un momento all’altro potrebbe ricevere una pallottola in testa, se ha rinunciato ad una passeggiata mano alla mano con la propria amata. Peggio per lui, direbbe qualcuno. Sono quelli che credono che la mafia non esista e la camorra sia una guerra tra gang.
Leggendo alcuni tweet di persone che parlavano della sua ultima trasmissione – Quello che non ho – si evincono molti pensieri che avrebbero scioccato persino Giovanni e Paolo, due che in alcune cose ci credevano, due che oggi non ci sono più, due dei tanti da perderci la vita, probabilmente avrebbero condiviso il Saviano cantastorie, il Saviano che forse è banale e noioso, ma che forse ha più coraggio di chi con le mani unte e la bocca piena scrive idiozie davanti uno schermo.
Da qualche parte ho letto che i siciliani hanno un senso di appartenenza verso la propria terra che va al di là del titolo attribuito dalla carta d’identità. La sicilianità è qualcosa che va oltre la parola, disse un conterraneo che di cognome fa Camilleri.
Oggi una ragazza – sempre conterranea – mi ha detto che a parlare con me non c’era “prio” – gusto – poiché il mio mancato accento siculo la metteva a disagio. Cose pazzi, direbbe mia zia Pina.
Eppure in molte parti del mondo il mancato accento è una qualità, una caratteristica. C’è chi studia anni per perderlo. Chi preferisce tenerselo stretto, giustamente. Ma per alcuni è un modo come un altro per dire che ti vergogni a far sentire da dove vieni. Cose da pazzi, direbbe sempre mia zia Pina.
Quando avevo dodici anni ebbi una conversazione con un parente di mia madre – siculo con la scoccia – che veniva da Bologna. Ricordo che tutti lo guardavano come lo zio d’America, invece veniva da poco più di un’ora di aereo. Parlando con lui non notavo nessun accento. Non sentivo vocali aperte o zeta che diventavano esse. Quel suo parlar bene mi affascinava. Mi sarebbe piaciuto un giorno diventare come lui, non far capire alla persona che mi sta ascoltando da dove provengo, non per vergogna verso la mia terra, ma perché essere siciliano di notte è più bello.
È incredibile quanto la scrittura sia dettata dallo stato d’animo.
Eppure sembra ieri.
Quando quel freddo pomeriggio di febbraio decisì di fare il gesto che avrebbe cambiato la mia vita.
Per alcuni è il gesto più naturale del mondo. Quello più semplice. Quello più bello.
Ma non è per niente facile, anzi.
La fanno facile quelli che dicono: ti basta guardarla negli occhi e viene tutto da sé.
Ma anche no. Non è così.
Sarà facile per te, controllare quei mille battiti al secondo, le mani che ti tremano e la voce spezzatata dall’emozione.
Senza parlare della paura del rifiuto. Del non è il momento giusto. Del sarebbe meglio aspettare. Quella scena che hai mille volte visto e rivisto dentro la tua testa.
Magari sperando che venga fuori come una di quelle scene da film dove il protagonista appoggia le mani sul viso di lei, scostandole i capelli con un dito mentre con occhi intensi la guarda sussurandole qualcosa di impercettibile, nel frattempo lei muove lentamente le labbra quasi a ricordargli che non vede l’ora che accada.
Magari. Ma non è così. Quei due secondi in cui decidi di fare il gesto più bello e naturale d’amore sembrano interminabili, cerchi di nascondere il panico, ti accorgi che hai le mani sudate mentre la salivazione è già sparita da un pezzo.
Ti avvicini a lei con la velocità degna del miglior casablanca e la baci, sperando che nel frattempo lei rimanga più tempo possibile con le sue meravigliose labbra sulle tue.
Oggi sono già trascorsi tre anni, da quel bacio.

Ho scritto un post per Rosalio. Una piccola riflessione sulla palermitanità.

«Vabbe’, chi ci fa…» con tanto di puntini di sospensione, è una di quelle frasi comunemente usate da noi palermitani, si proprio così. «Vabbe’, chi ci fa…» è una via di mezzo tra il tranquillizzare la persona con la quale stiamo interloquendo e il minimizzare – allegramente – l’azione che stiamo compiendo. E come molte espressioni sicule, possiede il dono dell’interpretazione. Dietro al «Vabbe’, chi ci fa…» si nasconde la chiave dei palermitani, quantomeno quella chiave che apre molte serrature. Avendo vissuto la vita fuori dalla nostra cara città, a tal punto da capire quali differenze si celano dietro il nostro modo di vivere e quello dei palermitani, ho analizzato parecchi modi di fare e comunicare che mi hanno regalato molti spunti di riflessione, uno di questi è proprio la frase che dà il titolo a questo post. Il «Vabbe’, chi ci fa…» è una di quelle espressioni che risiede sotto la categoria il Palermitano non va capito, va interpretato. Già, ma magari questa frase l’avrete già sentita o letta da qualche parte, o addirittura pensata. Sicuramente. Però a me piace. Molti di noi…
Amerai una donna quando inizierai ad ascoltare il suo silenzio, quando sarai disposto ad aspettarla fin quando non sarà pronta, amerai una donna quando sarai capace di farla sorridere anche quando non ne avrà voglia, quando sopporterai i suoi sbalzi d’umore, quando ti basterà un suo sguardo per farti capire, quando ti sentirai soffocare per la sua assenza, quando quel bacio diventerà l’essenza della tua vita. Sarà allora, che amerai veramente una donna.

♫ Franco Battiato – La cura
dicono