E niente, oggi appena sveglio ho messo su ‘sto disco.
Un modo perfetto per iniziare la giornata, non trovate?
E niente, oggi appena sveglio ho messo su ‘sto disco.
Un modo perfetto per iniziare la giornata, non trovate?
Ho scritto due righe per il DailyBlog sul disgusto provato ieri dopo aver visto questa foto.

Pare che a Palermo si intraveda un po’ di luce.
Sempre a Palermo, dicono, che il 26 febbraio ci saranno le primarie.
Anzi, senza dicono, sarà proprio così.
Quindi vero è che non ci sarà più quello col ciuffo brizzolato che ride sempre.
Cosa sono queste primarie? Allora, le elezioni primarie – dice Wikipedia – sono una competizione elettorale attraverso la quale gli elettori o i militanti di un partito politico decidono chi sarà il candidato del partito (o dello schieramento politico del quale il partito medesimo fa parte) per una successiva elezione di una carica pubblica.
In parole spuse: noi palermitani dobbiamo decidere chi diventerà il sindaco di quel partito.
Quando? Domenica 26 febbraio. I palermitani sono chiamati a decidere chi rappresentrà la città per il centrosinistra.
A “contendersi” un posto da sindaco saranno: Davide Faraone, Rita Borsellino, Ninni Terminelli e Antonella Monastra.
Almeno questi sono i nomi che ci sono fino ad oggi. Pare che non parteciperà quello col ciuffo unto che c’era quando io ero un ragazzino, non mi ricordo come si chiama…
Sempre quando ero un ragazzino, mio padre mi diceva che il voto doveva rimanere segreto, ti conviene, diceva.
Oggi ho 25 anni, tra qualche mese saranno di più e nella mia vita non ho mai incrociato un politico per la mia strada. Mai.
Fino a qualche anno fa, pensavo fossero figure mitologiche.
Negli ultimi anni ho iniziato a guadarli di più – in televisione si intende – anche perché nella mia città i politici non si fanno mai vedere.
Il sindaco per esempio, chi l’ha visto mai? c’è chi dice di averlo visto in centro, chi al bar, chi addirittura al pub… ”Se vabbè, u sindacu no’ pub…”
Sempre pensando a quello che mi diceva mio padre ho deciso di cambiare idea: considerando che tenere il voto per me non ha mai portato nulla di buono per la mia città, prendo delle posizioni, mi schiero, così si dice.
C’è uno ora che va dicendo che vuole cambiare la città, dice che vuole fare un sacco di cose belle, tipo togliere tutti i posteggiatori abusivi, togliere tutte le prostitute dalla Favorita, Via Roma, Foro Italico. Dice che non è giusto che i palermitani abbiano la tassa dell’immondizia più alta d’Italia per poi ritrovarsi i cassonetti pieni di munnizza, dice pure che di assessori ne bastano otto o quattro, che sedici sono assai. Dice che non avere un palazzetto dello sport funzionale a Palermo è scandaloso, un luogo dove divertirsi e magari fare qualche concerto a Palermo ci vuole. Dice pure che a Mondello tutte quelle cabine e quelle recinzioni non si possono guardare. Poi dice pure che vuole fare come un amico suo a Firenze: più bici, mezzi pubblici e auto elettriche, e magari più gente che cammina a piedi.
Lo so, magari alcune di queste cose possono sembrare minchiate, quantomeno difficili da fare.
Io dico che la strada è lunga ma non impossibile, io dico che Palermo deve svegliarsi dal letargo che vive da anni. Io dico che se non tutte, alcune di queste idee possono essere realizzate, anzi si debbano realizzare, per il nostro futuro e quello della città.
Io dico che Palermo non ha bisogno del Papa, basta uno normale, serio, che rida quando c’è da ridere e che batta i pugni sul tavolo quando è incazzato, uno che abbia a cuore la città e i palermitani, tipo Davide Faraone, amunì.

Spesso la soluzione è lì, davanti ai nostri occhi, facile e indolore.
Sempre spesso, noi – genere umano -, facciamo prevalere quella roba lì che si chiama “sentimento” sulla ragione.
Se poi il genere umano è italiano, ancora meglio.
Com’è che dicono: noi italiani siamo un popolo romantico, siamo gente che crede nell’amicizia, gente che mette i valori sentimentali prima di quelle robe che qualcuno volgarmente chiama: tasse.
Che parola brutta: tassa. Sembra quasi un’offesa, sembra quasi una punizione alla vita quotidiana.
Quando ero un bambino che accompagnava il papà a fare la spesa, ero uno di quelli che odiava stare in fila alla cassa, ero un bambino, è ovvio, direte in molti. Tant’è che mio padre per addolcire quel momento mi prendeva un ovetto kinder, che stava sempre lì, vicino alla cassa, chissà perché siano sempre circondate da cioccolattini, le casse.
Crescendo mi rendo conto che non solo i bambini odiano la fila alla cassa, affatto. Anche gli adulti, per alcuni è peggio di stare immersi nel traffico. Li vedi con la coda dell’occhio, sono affannanti, nervosi, e poi non stanno mai dietro di te, sono sempre leggermente alla tua destra o sinistra pronti a superarti.
Un brutto momento, la fila alla cassa.
Quante cose pensi in quel momento lì. Inizi a chiederti se dimentichi qualcosa, ti chiedi se la lampadina che hai in mano sia quella giusta, se quelle scarpe lì non sarebbe il caso di prenderle più grandi, se sarebbe il caso di prendere qualche panino in più.
Pensieri che si accavallano mentre il cassiere con quel bel sorriso ti saluta e ti chiede come sta tua madre, quel cassiere che è un amico, quel cassiere che non ti crea problemi se una sera non hai quei 30 centesimi, quel cassiere che ti risponde con «nessun problema, me li darai la prossima volta».
Quel cassiere con quel bel sorriso perso non appena abbandoni romanticismo e sentimento, e gli proponi la soluzione di tutto: «Lo scontrino, grazie.»